Diciamo no al decreto 130

Decreto-legge 21 ottobre 2020, n. 130, recante “Disposizioni urgenti in materia di immigrazione, protezione internazionale e complementare, modifiche agli articoli 131-bis, 391-bis, 391-ter e 588 del codice penale, nonché misure in materia di divieto di accesso agli esercizi pubblici ed ai locali di pubblico trattenimento, di contrasto all’utilizzo distorto del web e di disciplina del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale”

 

Con l’ampliamento delle ipotesi in cui non sono ammessi il respingimento, l'espulsione o l'estradizione viene reso di fatto impossibile il rimpatrio di molti dei migranti che arrivano in Italia.

 

Prima erano previsti, come motivi di applicazione del divieto di respingimento alla frontiera, di espulsione e di estradizione, il solo pericolo di persecuzione e di tortura; con il nuovo decreto tale divieto di espulsione vige anche nei confronti di coloro per i quali vi è il rischio di essere sottoposti, in caso di rimpatrio, a trattamenti inumani o degradanti e si introduce una nuova fattispecie di divieto di espulsione, che consegue al rischio di violazione del diritto al rispetto della propria vita privata e familiare. Ai fini della valutazione del rischio di tali violazione, la norma precisa che si tiene conto della natura e della effettività dei vincoli familiari dell’interessato, del suo effettivo inserimento sociale in Italia, della durata del suo soggiorno nel territorio nazionale, nonché dell’esistenza di legami familiari, culturali o sociali con il suo Paese d’origine.

 

Il pericolo di trattamenti inumani e degradanti, così come il rischio di violazione del diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, sono definizioni generiche, che consentono interpretazioni pericolosamente estensive e discrezionali, ai fini della decisione o meno sul rimpatrio. 

 

Ricorrendo tali ipotesi di divieto di espulsione e nel caso in cui sia già stata rigettata la domanda di protezione internazionale, la Commissione Territoriale dovrà trasmettere gli atti al Questore per il rilascio di un permesso di soggiorno per protezione speciale. In tal modo, viene, di fatto, ripristinato il  soggiorno per motivi umanitari. 

 

L’aumento in Italia della presenza di migranti viene determinato non solo dal rendere la misura dell’espulsione difficilmente applicabile, ma anche dal prevedere ampliamenti per alcune forme di permesso di soggiorno.

Il provvedimento affronta anche il tema della convertibilità dei permessi di soggiorni in motivi di lavoro. Sono individuate le tipologie di permessi di soggiorno per le quali è ammessa la conversione in permesso di soggiorno per motivi di lavoro, ove ne ricorrano i requisiti. Si tratta dei permessi di soggiorno per protezione speciale (ad eccezione dei casi per i quali siano state applicate le cause di diniego ed esclusione della protezione internazionale per motivi di ordine e sicurezza pubblica), per calamità, per residenza elettiva, per acquisto della cittadinanza o dello stato di apolide, per attività sportiva, per lavoro di tipo artistico, per motivi religiosi e per assistenza minori.

Per quanto riguarda il permesso di soggiorno per calamità naturale, c’è un’apertura verso l’accoglienza dei c.d. migranti climatici. Infatti, il presupposto per il permesso non è più lo stato di calamità “eccezionale e contingente” del proprio Paese di origine, ma la semplice esistenza di una situazione di “gravità”. Anche in questo caso ci troviamo dinanzi a valutazioni assolutamente discrezionali.

Viene introdotto  il permesso per cure mediche che consentirà anche lo svolgimento di attività lavorativa. Viene  inoltre allargata la platea degli stranieri che possono restare in Italia in caso di problemi di salute. Infatti non è più richiesta la presenza di “condizioni di salute di particolare gravità”, bensì di “gravi condizioni di salute psico-fisicheoderivantidagravi patologie” senza di fatto valutare i costi per l’assistenza medica a carico delle regioni 

Nell’ipotesi del permesso di soggiorno ai ricercatori scientifici, che non sia rinnovabile a causa della conclusione del ciclo di studi e nell’attesa della stipulazione di un contratto di lavoro subordinato, è stata soppressa la necessità di dimostrare la disponibilità di un reddito minimo annuo e per l’assistenza sanitaria è stato eliminato l’obbligo di assicurazione contro il rischio di malattie, infortunio e per maternità.  Eliminando la necessità della preesistenza di redditi e copertura sanitaria per la conversione del permesso di ricerca in permesso per attesa di occupazione, non si fa altro che consentire la permanenza in Italia di migranti disoccupati e che tali potranno rimanere a lungo, vista l’attuale situazione di crisi economica.

Inoltre, il provvedimento riforma il sistema di accoglienza, ripristinando la possibilità di ospitare all’interno del sistema di accoglienza anche i richiedenti asilo. Aprendo il sistema di accoglienza ai richiedenti asilo, si avrà un prevedibile aumento dei costi di gestione delle strutture, ma il d.l. 130/2020 prevede la clausola di invarianza finanziaria. Per cui, in presenza della clausola di invarianza finanziaria, per sostenere il sistema di accoglienza verranno sottratte risorse ai rimpatri/espulsioni. 

È stata abrogata la norma che prevedeva che il Ministro dell'interno, per motivi di ordine e sicurezza pubblica, potesse limitare o vietare l'ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale, salvo che si trattasse di naviglio militare o di navi in servizio governativo non commerciale. Con il nuovo decreto, il potere di limitare o vietare il transito e la sosta delle navi permane nella competenza del Ministro dell’Interno, il quale viene, però, chiamato ad agire previa informazione al Presidente del Consiglio e di concerto con il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti e con il Ministro della Difesa, con aggravio della procedura, a scapito della tempestività della decisione. Sono state abrogate anche le sanzioni per le violazioni, che andavano da 150mila a 1 milione di euro, nonché il sequestro e la confisca delle navi. Il sequestro e la confisca delle navi erano uno deterrente fondamentale per evitare il trasporto dei migranti in Italia e quindi bloccarne il traffico, che, invece, con le previsioni del d.l. 130/2020, è solo apparentemente contrastato (prevista una multa da 10.000 a 50.000 euro, accanto alla reclusione fino a due anni a carico del comandante dell’imbarcazione che abbia violato i divieti). 

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